Virus

Governo Monti: pacco e contropacco

Lo sanno tutti. La crisi che stiamo vivendo è la figlia di quella gran meretrice che è la speculazione finanziaria internazionale. Gli operai, i contadini, gli impiegati, i cittadini – pensionati, in attività o giovani in attesa di lavoro che siano – non ne hanno alcuna colpa.

E neanche la natura ne ha responsabilità: non si sono verificati cataclismi, terremoti, carestie o incendi. I campi sono pronti per essere arati, le fabbriche stanno in piedi e possono moltiplicar prodotti, i mari sono pieni di pesce e l’anima dei giovani ha ancora intatta la voglia di vivere e di costruire un domani migliore e sostanzialmente diverso.

La crisi non è figlia del debito pubblico, come vorrebbero farci credere, ma del fatto che i titoli di Stato non sono stati venduti alla Banca Centrale e ai risparmiatori italiani – come in passato è quasi sempre avvenuto e come sempre dovrebbe avvenire – ma, grazie alla sciagurata legge Andreatta del 1981, sono stati consegnati nelle mani dell’usura internazionale.

In Giappone il debito pubblico è doppio di quello italiano – 233% del PIL – ma essendo assorbito per il 96% all’interno della Nazione, non ha generato nessuna crisi e l’inflazione si è fermata allo 0,4%. Del Giappone, quindi, nessuno parla.
In Argentina, caso opposto, il totale asservimento al sistema usurocratico mondiale condusse ad affrontare l’estremo bivio: o soccombere o rigettare il debito. Quel popolo, con ancora nel sangue sufficienti globuli peronisti, ebbe la forza di dire basta.

E oggi in Argentina le cose vanno molto, molto meglio.
La crisi è il punto di arrivo di un gioco scellerato, cinico e criminale che ha visto le nazioni costrette in un percorso organizzato dai Signori del denaro. La proprietà della moneta è stata sottratta al popolo e consegnata alle banche private. L’incremento della pressione fiscale è tutto assorbito dal pagamento degli interessi sul denaro e sui titoli – lievitati dal 2 all’8% – che succhiano, come un pizzo camorrista, le risorse del popolo e condannano la Nazione a un debito pubblico cronicamente crescente.

La crisi è il frutto dell’assurda follia monetarista che, per le proprie speculazioni e per i propri deliri di potere, ha stampato e messo in circolazione una quantità di denaro pari ad oltre dodici volte il valore di tutti i beni esistenti al mondo. E all’economia reale, quella che dà da mangiare e da vivere al popolo, si è arrivati a negare anche il minimo indispensabile di liquidità. Si dice, per tutelarci dal pericolo dell’inflazione!

La crisi è la conseguenza del fatto che il denaro non è più coperto da oro, argento o da altra ricchezza reale. Siamo passati dalla moneta-strumento dell’economia alla moneta valore in sé. Ma di tutte queste cose nessuno parla. Un’attenta censura è impegnata a spostare l’attenzione della pubblica opinione su altro.

Oggi, si dice, messi dalla crisi nell’angolo, dobbiamo accettare provvedimenti straordinari e sacrifici eccezionali e ad organizzare questo scenario d’emergenza hanno chiamato i cosiddetti “tecnici”.
Dal pacco della crisi siamo passati al contropacco dei sacrifici necessari.
I tecnici, a ben guardare, sono proprio i responsabili della crisi; gli uomini delle banche, i consulenti dei Signori del denaro, i giocolieri della finanza, i pirati delle gabelle, i pianificatori delle truffe monetarie.

Ci hanno detto che dobbiamo aver fiducia dei loro loden, del loro modo di parlare così monotono, delle loro facce tristi, della loro abitudine di procedere in segretezza e della loro tecnicità che, tradotta in italiano, vuol dire “non rappresentatività di alcun consenso”.
Dunque, bisogna dirlo con estrema chiarezza, al governo oggi ci sono i nemici del popolo. Non, come dovrebbe accadere in democrazia, gli amici di una parte degli elettori – la maggioranza – che si oppone agli interessi dell’altra – la minoranza – e nemmeno come avviene in molte dittature dove chi comanda si pone l’obbiettivo di conquistare il consenso della quasi totalità della popolazione.
Oggi, in piena tecnocrazia usurocratica, a governare ci sono – sic et sempliciter – i nemici del popolo, di tutto il popolo. Ma, alla fin fine, i ribaldi del mondialismo che oggi occupano le poltrone di palazzo Chigi e dei ministeri, son gente che fa il loro mestiere di ligi servitori della speculazione finanziaria internazionale.

Coloro i quali, invece, non sono stati proprio all’altezza del proprio ruolo, sono i politici. Quelli di sinistra che, dai tempi della scelta di entrare nella zona euro non hanno mai smesso le vesti di baciapile dei Santuari delle banche e del denaro. I prodi nidi continuano, ancor oggi, a inorgoglirsi per le scelte monetarie effettuate e per la “favolosa” opportunità per la nostra economia offertaci dalla globalizzazione.

Quelli di destra, dopo le dichiarazioni elettorali, dopo gli impegni ripetutamente assunti di fronte agli italiani, avrebbero dovuto denunciare gli evidenti intenti golpisti, barricarsi a palazzo Chigi, battersi, anche fisicamente. Invece si sono dileguati, evaporati come ectoplasmi, nel giro di poche ore. Gli spavaldi epigoni del governo uscente, i berlusconidi – eccezion fatta per quelli della Lega – si sono messi proni a soddisfare le voglie più oscene dei Signori del denaro e dei loro camerieri. Tremonti, dopo quello che ha scritto, dopo quello che ha detto, dopo le leggi che ha tentato di rendere operanti, dove è finito, dove si nasconde, di quale ricatto paralizzante si è reso vittima?

Ai politici è rimasto solo un sommesso blaterare su quali categorie, secondo loro, dovrebbero essere più o meno colpite, dai provvedimenti “lacrime e sangue” impostici dall’Europa. Ma nessuno di loro osa sottolineare come il vero responsabile delle nostre difficoltà – il sistema bancario e della speculazione – è destinato a non pagare mai, anzi, ad essere sempre premiato.
Il primo provvedimento che ha deliberato il governo golpista, quello che spudoratamente Monti – in una coreografia da veglia funebre, con tanto di lacrime offerte dal ministro del lavoro – ha chiamato “Decreto salva Italia”, somiglia molto a ciò che accadeva nel Medio Evo alla fine di un lungo assedio.
Alle truppe mercenarie entrate nelle mura della città sconfitta si dava la libertà di saccheggio. Come quella soldataglia, oggi le banche vedono premiata la loro responsabilità nella creazione e nell’amplificazione della crisi. Per loro nessuna tassa, ma regalie di ogni tipo.

L’aver ridotto l’uso del contante provocherà infatti un aumento vertiginoso del traffico sulle carte di credito, con conseguente impennata negli affari degli istituti di credito. Poi, il governo, generosamente, ha impegnato lo Stato a fornire ogni garanzia di copertura delle passività e delle obbligazioni delle banche! Non aiuto ai cittadini, agli artigiani e agli industriali che con il loro impegno e il loro rischio creano posti di lavoro, sviluppo e benessere. No, alle banche! Alle sentinelle armate della crisi.
Gli altri provvedimenti assunti sono tutti indirizzati a far cassa – il saccheggio della soldataglia – sulla pelle dei cittadini, con pesantissime conseguenze nel lungo termine.

Penalizzando il sistema pensionistico si crea infatti sfiducia attorno alla certezza di finire la propria esistenza con una dignitosa pensione e si costringono i lavoratori a prolungare il proprio impiego nel tempo. Conseguenze: aumento del lavoro in nero, incremento dell’evasione e ampliamento del già grave fenomeno della disoccupazione giovanile.
Tartassando, pesantemente, le proprietà immobiliari, si sono inoltre creati tutti i presupposti per un rallentamento – che rischia di divenire paralisi – del settore edilizio che, anche grazie al suo importante indotto, ha sinora rappresentato uno dei più potenti motori dell’economia italiana.
E questi sono solo due esempi, tra i molti che si potrebbero fare. Nuovi scenari infatti si stanno profilando per tutta la già diroccata struttura dello Stato sociale: si parla già di “strette” per ciò che riguarda sanità, assistenza e sicurezza del posto di lavoro.
Del futuro del popolo italiano non interessa nulla; la stella polare dei governi tecnici che hanno cominciato a spadroneggiare nelle nazioni in crisi – oggi la Grecia e l’Italia, domani chi? – rimane solo la spudorata difesa del sistema bancario internazionale, quello dell’usura e del mondialismo.

C’era un tempo, non molto lontano, nel quale si viveva soprattutto di agricoltura. I contadini lavoravano intensamente e con esiti alterni. D’estate si combatteva coi pericoli della grandine, dei parassiti e della siccità. Era dura, ma quasi sempre si arrivava ad ottenere raccolti soddisfacenti. Poi, con lo scemare del clima estivo, si sistemavano i terreni, e le vigne, e gli ulivi, e tutte le altre piante in modo adatto per affrontare l’inverno.
Un anno, appena all’inizio dell’autunno, di notte, cominciarono ad udirsi dei rumori inconsueti. Frusciar scomposto di rami, grugniti acuti e insistenti, scalpiccii confusi e crescenti.
Branchi di cinghiali avevano preso l’abitudine, con lo scuro, di scendere dai colli, verso i campi, avvicinandosi pericolosamente alle case coloniche.
Con i loro grugni bucavano la neve, scompigliavano le zolle, e con le aguzze zanne aggredivano, cercando di cibarsene, tutti i vegetali; strappavano le radici da sotto terra, estirpavano i giovani arbusti, distruggevano i pollai ed erano arrivati addirittura ad attaccar le stalle, dove erano riparati i buoi, le mucche e i cavalli. Avrebbero osato prendersela anche con le case?
Agivano d’improvviso, con violenza e ferocia. Non attaccavano da soli, procedevano sempre in branco.
I contadini erano terrorizzati, sia perché temevano per la propria incolumità e quella dei propri familiari, sia perché in loro si radicava la certezza che in conseguenza delle scorrerie dei cinghiali, la stagione successiva sarebbe stata disastrosa. I campi così ridotti avrebbero reso un terzo rispetto al solito. Molte viti e molti ulivi sarebbero morti, per non parlare delle giovani piante da frutto.
Di notte, appena la presenza dei cinghiali si faceva sentire, gli uomini mandavano vecchi, donne e bambini al piano di sopra, assicurandosi che le persiane rimanessero chiuse, chetavano il fuoco nel camino e timorosi si mettevano a sbirciare dalle finestre.
Notti di terrore e presagi angoscianti. Finché una domenica, ritrovandosi nella piazza del paese, i contadini presero una decisione. Si dettero tutti appuntamento per la notte; proprio quella notte e proprio in quella piazza. E lì si trovarono, ognuno con la propria lampada e con il proprio fucile da caccia.
Cominciarono, forti di muoversi assieme, la prima battuta per i campi. Andò molto bene. Numerosi cinghiali furono abbattuti. La notte successiva ancora, e così la terza. Poi, di bestie pelose e fameliche non ne incontrarono più. Quelli che non erano stati uccisi erano scappati.
Quando, i cittadini d’Italia decideranno di darsi un appuntamento nelle piazze d’Italia?

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=11954

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *