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Ma qual è il Bilderberg dei giudici?

D’accordo, Mario Monti è stato in Goldman Sachs. È membro del Bilderberg. È addirittura european chairman, presidente per l’Europa, della Commissione Trilaterale dei Rockefeller.

Monti si infischia dell’Italia, si occupa dell’Europa

Ma detto questo, il profilo  di Monti brilla per trasparenza – nulla di meno segreto – in confronto ad altri attori cruciali della tragicommedia italiana. Per esempio, piacerebbe sapere:
a quale società segreta, a quale gruppo occulto sovrannazionale e anti-italiano obbediscono i magistrati che hanno svelato lo scandalo Finmeccanica, in modo da farne crollare il valore di Borsa a limiti da svendita per un eventuale acquirente estero?

Intendiamoci, da quel che si capisce è tutto vero, i politici – questa trave marcia – usavano Finmeccanica (ultimo nucleo di alte competenze industriali) come un Bancomat senza il minimo scrupolo, si facevano pagare, trafficavano in favori e posti. Ma questo era probabilmente vero anche cinque o tre anni fa. Il fatto che si sia deciso di far scoppiare il caso proprio adesso, rappresenta una fra troppe coincidenze sospette.

magistrati togati

    Proprio adesso l’Italia, grande debitore a rischio insolvenza, minacciato dai mercati che non gli fanno più credito, è invitato a tagliare; è messo alle strette per privatizzare i residui gioielli di Stato – di cui Finmeccanica, primo conglomerato nazionale di alte tecnologie, radar e armamenti, 7 mila dipendenti, è evidentemente il frutto più ambito dai concorrenti internazionali, anglo-americani.

Proprio adesso ci è stato messo a dirigere l’operazione riduzione del debito Mario Monti, Goldman-Trilateral-Bilderberg. Nonché ex commissario europeo.

Proprio adesso la Commissione Europea decide di deferire il nostro Paese alla Corte di Giustizia, come un delinquente internazionale, perché mantiene una golden share – ossia un potere di controllo del ministero del Tesoro – su società formalmente quotate in Borsa, ENI, ENEL, STET, Finmeccanica. Adesso l’Italia, messa alle strette, dovrà adeguarsi, in pratica lasciare libere quelle mega-imprese (pagate storicamente da noi contribuenti) alla mercè dei mercati.

Tutte queste coincidenze formano un disegno. Un disegno che somiglia moltissimo, anzi che ricalca in modo impressionante, gli anni di Mani Pulite.
Anche allora i procuratori togati fecero esplodere scandali per tangenti di aziende delle partecipazioni statali, con accuse che poi si ridussero a nulla. Abbastanza però – grazie, Di Pietro – per sbattere in galera Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, che si suicidò (se non fu suicidato) a San Vittore il 20 luglio ‘93, e Franco Nobili: costui, presidente dell’IRI, fu tenuto a San Vittorie un mese e due giorni prima che Di Pietro si decidesse a interrogarlo, ottenendo risposte che smentivano le accuse di aver dato tangenti; ragion per cui Nobili fu tenuto in galera per un altro mese e mezzo, senza motivo alcuno: Nobili, galantuomo, sarà assolto per non aver commesso il fatto. Tranne quello di sloggiarlo dalla poltrona dell’IRI, nelle settimane cruciali dei grandi movimenti speculativi, 1992-1993.

Proprio allora – per l’esattezza nel giugno ‘92 – finanzieri anglo-americani imbarcati sullo yacht Britannia avevano ricevuto da Mario Draghi le dritte giuste per le privatizzazioni dei grandi cespiti italiani, che avidamente desideravano. O forse, avevano istruito Mario Draghi su come intendevano procedere alle acquisizioni.

Proprio allora, Mani Pulite avendo smantellato il governo legittimo mettendo sotto accusa Craxi e Forlani, al governo era stato messo un tecnico di nome Giuliano Amato, con ampie maniglie in USA, il quale – complice il governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi – aveva presieduto ad una svalutazione della lira del 30%, che rendeva del 30% più a buon mercato le eventuali acquisizioni straniere dei gioielli IRI.
E proprio allora, per la precisione nel luglio ‘93, il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert stilò un accordo con il ministro Beniamino Andreatta a proposito dell’IRI, per cui – cito qui Massimo Pini, che era stato messo da Craxi al comitato di presidenza dello stesso IRI –
«l’Istituto si venne a trovare nei vincoli del debitore coatto al quale viene assegnato un termine perentorio per fare cassa» (1).

Proprio la stessa funzione ricoperta oggi dalla medesima Commissione Europea con la criminalizzazione della golden share dello Stato italiano.

Andreatta rievocherà la faccenda compiacendosi in questi termini:

«Van Miert sollevò il problema che la garanzia dello Stato sui debiti di società per azioni partecipate al 100% dal Tesoro fosse un aiuto di Stato. L’ho accolto perché mi sembrava una iniziativa efficace… L’accordo è diventato un letto di Procuste per chi cercava di sottrarvisi».
Questo Andreatta era un democristiano sui generis, molto americano e molto eurocratico, con un indefinibile profumo di squadra e compasso che l’ha seguito nella sua brillante ascesa. Prodi lo volle ministro della Difesa nel suo governo (1996-1998); in questa veste, Andreatta propose l’organizzazione di una «forza di difesa internazionale europea», sottratta alle sovranità nazionali, che era stata un’idea di Jean Monnet silurata da De Gaulle, e può essere considerata il nucleo degli interventi umanitari che oggi conoscono il ben noto successo di esportare la democrazia dall’Afghanistan alla Libia. Vice-presidente del Partito Popolare Europeo nella UE (dal 1984 al 1989) dopo la distruzione della DC da parte di Mani Pulite (una distruzione che risparmiò completamente la sinistra democristiana) Andreatta è stato alla Camera il capogruppo del Partito Popolare, che ha cercato di farsi passare per la nuova DC. Quando questo partito elesse come segretario Rocco Buttiglione nel 1994, Andreatta vi si oppose duramente – troppo cattolico, il Buttiglione – e infine fu tra i fondatori dell’Ulivo con Prodi e gli altri sinistruzzi alla Rosy Bindi. Nel ‘99 un infarto con ischemia cerebrale ha posto fine ad una carriera che ne avrebbe fatto sicuramente un eurocrate e un venerato maestro come Ciampi, come Amato, come Napolitano. Invece la sorte, o la divina sapienza, gli ha riservato sette anni di coma e poi la morte nel 2007. Ma questa è un’altra storia.

Quel che conta oggi è rilevare le troppe coincidenze – e la coincidenza con gli eventi di cui Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria moralizzatrice, fu uno strumento così utile ai privatizzatori del Britannia.

Ora, la magistratura sta devastando Finmeccanica, preparandola ad essere acquistata per poco. E pensare che solo il 12 luglio scorso, la nostra Finmeccanica era in grado di mostrare «un interesse predatorio» (definizione del Financial Times) per QinetiQ, la più grossa azienda britannica di alte tecnologie militari.

Spiegava il giornale inglese: «Finmeccanica vuole espandersi nel mercato della difesa britannico ed ha più di 3,5 miliardi di sterline da spendere in acquisizioni. Il valore di QinetiQ è 1,3 miliardi di sterline…».

Un’offesa, per la finanza di Londra e lo Stato imperiale. Oggi, la situazione è rovesciata. Magari sarà QinetiQ ad acquisire Finmeccanica, le sue competenze, i suoi mercati e i suoi segreti industriali. E non c’è da strillare contro i poteri forti, visto che sono stati i nostri politici, quelli da noi votati perché difendessero l’interesse nazionale, a ridurre il gruppo in questa condizione.

Al posto di Monti, loro farebbero peggio – come hanno sempre fatto. Sono imperdonabili.

Resta la domanda: quale potere superiore guida gli autonomi procuratori giudiziari italiani? A quale loggia obbediscono con tanta costanza, tempismo e sagacia? Dove sono i loro Superiori Incogniti?

Maurizio Blondet  su Destra Sociale  http://destrasocialenazionale.ilcannocchiale.it/2011/12/05/ma_qual_e_il_bilderberg_dei_gi.html

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