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Prepararsi a combattere

di Gabriele Adinolfi –

Alle politiche del febbraio 2013 il voto populista nelle sue varie forme ha superato il 65% dei  suffragi. Senza contare l‘astensionismo che verosimilmente tradisce una ben maggior percentuale di italiani  non contenti della democrazia delegata, teleguidata, tecnocratica, globale, espropriatrice, esercitata sotto tutela. Con un misero 30% di sostegno, gran parte del quale determinato esclusivamente dal clientelismo e  dagli apparati partitici, si è però confermata, anzi si è nettamente imposta l’oligarchia  transnazionale, facendo leva sui poteri speciali esercitati da un Capo dello Stato che, in  contraddizione con la natura stessa della carica che riveste, ha affermato di muovere verso la  cessazione di sovranità. 1. In débacle pur se in maggioranza assoluta

La breve quarantena trascorsa tra la formazione del nuovo Parlamento e la rielezione di Napolitano  a Presidente della Repubblica, è stata contrassegnata da manovre di palazzo, stalli e trattative ed è  scaturita in un governissimo, espressione dell’esatto opposto della volontà degli elettori.  Il parallelo con le elezioni francesi del 1871, quando dopo la caduta di Napoleone III, la nuova  Assemblea parlamentare che doveva porsi come costituente elesse in maggioranza deputati  monarchici ma, in contrasto con la volontà dell’elettorato, proclamò la III Repubblica, è clamoroso.  E non può non suggerire anche ai più sinceri democratici la necessità di leggere la politica non solo  come consensi pubblici, i quali, se non supportati da strutture, se non espressioni di rapporti di forza  e se non guidati da leader e stati maggiori, vengono sempre traditi quando cozzano con gli interessi  della casta dominante. Democrazia in fondo è “votate come volete purché votiate come vogliamo,  altrimenti vi dimostreremo che avete votato male”.  D’altronde è quanto ci è stato detto quando ai referendum abbiamo abolito, a ragione o a torto, il  finanziamento pubblico dei partiti e il ministero dell’agricoltura.

Ed è quanto è stato detto ai danesi  quando hanno votato contro l’adesione alla Ue o ai francesi e agli olandesi quando hanno rigettato  la costituzione europea.  Sicché, alle amministrative di giugno, gli elettori populisti, siano essi di marca leghista,  berlusconiana o grillina, dopo le evoluzioni parlamentari di primavera che non hanno digerito hanno  disertato in massa le urne consegnando ad un Partito democratico, tecnicista e globalista, una  maggioranza plebiscitaria, benché avesse perso anch’esso voti quasi ovunque, ma non implodendo  come la controparte.

Lo stesso accadde per i monarchistes in Francia dopo il capovolgimento dell’Assemblea del 1871.  Per la cronaca: i monarchici rimasero per decenni molto numerosi nell’opinione pubblica francese,  talvolta furono anche maggioritari, ma politicamente non si ripresero più malgrado il sussulto  generato dall’Action Française.

Oggi, di fronte alla débacle politica di chiunque si fosse posto come referente del populismo, si è  aperto un dibattito per identificare i responsabili, i colpevoli, le mancanze, i difetti e per recuperare i  consensi smarriti.  E’ un dibattito che per il momento coinvolge, in modi diversi, tanto il populismo di centrodestra  nelle sue varie componenti ed espressioni (I filoni di An, leghisti, Forza Italia) quanto le destre  radicali.  A mio parere il dibattito non vola alto perché s’impantana in spiegazioni parzialmente anche vere  ma del tutto insufficienti (ideologia, morale, proposte politiche) senza mai affrontare i nodi centrali  della realtà del potere e perché viene quasi sempre fraintesa clamorosamente la psicologia  dell’elettorato. Sicché nell’attuale “autocritica” s’insiste o nell’accusare l’eccesso di  personalizzazione e di leadership (che invece è un elemento cardine, se non una condicio sine qua  non del populismo) o nell’esaltare l’astensionismo come espressione della punizione elettorale nei  confronti di una classe dirigente incapace; il che è vero in parte, ma nello specifico attesta  soprattutto una resa senza condizioni alla tutela oligarchica, una rassegnazione disincantata, non un  senso di rivolta e nemmeno una semplice reazione attiva.

Chiunque quindi voglia “ripartire”, dal populismo più istituzionalizzato come da quello più estremo,  mi pare in preda a convinzioni sbagliate e fuorviato da analisi semplicistiche, non solo superficiali, ma erronee nella stessa superficialità.  Dire che si rischia di ripetere, ma in peggio, gli errori di vent’anni fa, è un eufemismo; ho  l’impressione che le mentalità non solo non siano evolute ma che, di fronte ad un quadro ben  diverso, esprimano una condanna senz’appello alla totale sterilità e aprano solo prospettive di  fallimento.

2. Tutti i peccati originali del centrodestra (e della DR) Dopo vent’anni di sfida populista, quasi sempre contrassegnata da consenso popolare visto che in  questo ventennio il centrosinistra quando ha esercitato il governo lo ha fatto quasi sempre grazie a  dei rovesciamenti di alleanze parlamentari e quasi mai ha vinto nelle urne, è il caso di stabilire quali  sono state le manchevolezze della sua classe dirigente.  Non è solo un fatto di questioni ideologiche o morali, contrariamente a quanto emerge dal  semplicismo analitico delle estreme. Si tratta soprattutto di uno straordinario pressapochismo  generale che si traduce nella triplice incapacità di selezionare e capitalizzare le risorse dei quadri, in  quella – Bossi e Berlusconi esclusi – di cogliere la psicologia delle masse e di rapportarvisi  altrimenti che con la mediazione astratta e fuorviante della propria interpretazione soggettiva ed  erronea; nella convinzione di vivere di rendita del consenso politico raggiunto, un riflesso  pavloviano, questo, tipico della destra cui è estranea la cultura industriale della sinistra di continua e  metodica costruzione e solidificazione di fasce di consenso.

C’è insomma un difetto di fondo che si può definire un presuntuoso dilettantismo.  Comprensibile, ma non perdonabile, per via dell’effetto petrolio nel deserto.  Esattamente come i beduini divenuti ultramiliardari perché altri avevano scoperto l’oro nero sotto la  loro sabbia, i quadri politici del centrodestra, in particolare quella missina, dopo Tangentopoli sono diventati improvvisamente importanti e hanno dimenticato il perché. Miracolati da una legge  elettorale che erano certi li cancellasse (già chiaro segno di lungimiranza…), divenuti insomma  petrosceicchi, si sono lanciati a speculare in borsa e a investire senza avere le dovute conoscenze e  competenze e hanno così sperperato il loro capitale.

Succede se non si capisce nulla degli indicatori e se, quando li si leggono e sono inquietanti, si  pretende che non siano importanti.  Di fatto non c’è mai stata una classe dirigente vera e propria nel mondo del centrodestra; ha espresso leader di celluloide come Gianfranco Fini, inconsistenti quando si passava dal virtuale alla  conduzione reale, malgrado tutti gli atout di cui potevano godere.  Oltre a Berlusconi e Bossi, come leaders nulla.  Qualcosa di meglio si può riscontrare nella realizzazione di quadri intermedi (in particolare nella  comunità rampelliana e in parte nella componente augelliana) ma sempre e solo nel tatticismo e mai  su piani strategici.

Mai si è ragionato in termini complessivi e con la visione d’insieme; chi ha saputo interpretare  strategicamente i singoli casi, al Rubygate a Montecarlo, dall’affaire Gheddafi alle intercettazioni,  invece di affrontarli singolarmente, secondo le sue impressioni soggettive, i propri gusti, le  aspirazioni del momento e le opportunità a breve? Ma chi ha una visione frammentaria ed episodica  dello scontro politico non può che perderlo fronte a chi, invece, lo concepisce nel suo insieme e ha  gli obiettivi chiari.  Sostenere che si deve ripartire, o partire di nuovo, o partire tout court, dalla costituzione di quadri è  talmente lapalissiano che non merita di essere sottolineato.  Il problema è che di per sé questo non significa nulla, perché nessuno può insegnare ad altri quello  che non sa e perché a me pare che siano davvero in pochi a sapere qualcosa di concreto.

Prima di proporre quindi una rifondazione o una fondazione di un soggetto politico che nasca dai  suoi quadri dirigenti (e ciò a prescindere dalla sua natura ideologica e della sua forma espressiva) è il caso d’individuare quali siano stati gli errori di fondo del populismo nostrano.  La lista probabilmente è più lunga, ho personalmente individuato tre equivoci di fondo e tre  mancate corrispondenze. L’equivoco sulle ragioni del successo La vittoria del populismo con l’avvento della triplice An-Fi-Lega, immediatamente successiva  all’improvviso successo missino del ’93, aveva fatto dimenticare ai suoi protagonisti che questo non  era dovuto se non in minima parte a loro meriti ma era piuttosto il frutto della combinazione  Caduta del Muro / Mani Pulite e che fu lo scompaginamento del quadro fino allora determinante a  consentire l’espressione in un senso più marcato da parte di elettori che fino a poc’anzi votavano Dc turandosi il naso.

I voti a destra non furono se non in misura infima il risultato dell’impegno della  dirigenza missina, furono da un lato il frutto del piacevole ricordo mussoliniano, dall’altro  dell’onestà e della coerenza, quantomeno apparente, di un partito tenuto lontano dalle casse per  quarantasette anni, infine dall’improvvisa possibilità di esprimere anche in Italia quella resistenza  populista ai poteri forti che già si manifestava in tutto l’Occidente, da Le Pen a Buchanan, da Perot  al Vlaams Blok e che presto avrebbe avuto espressioni anche ad est, innanzitutto con Putin.

Nessuno meno dei missini colse il senso di questo successo, da un lato lasciando prosciugare i  consensi dovuti all’onestà a causa di qualche imbarazzante espressione di corruttela anche  dilettantesca ma, soprattutto, per colpa dello sforzo impegnato nel distanziarsi non solo dai  riferimenti mussoliniani ma dal tribunato populista di cui avrebbero dovuto rappresentare le  avanguardie più avvedute e dal quale invece non hanno mai perso occasione di distanziarsi.  Nel che hanno ampiamente dimostrato quanto fossero prigionieri di una deformazione soggettiva,  propria ad una ristretta cerchia ambientale che subiva, senza filtri, la propaganda avversaria e che vi  si piegava con un senso d’inferiorità psicologica e culturale.  Fini e Alemanno – a furia di scuse, prese di distanze, inchini e avvicinamenti ai commissari politici  altrui – si può dire che abbiano davvero fatto scuola: nessuno in passato mai aveva frainteso il  proprio elettorato in modo così totale.  Un fraintendimento abbastanza generalizzato visto che come ipotetica soluzione si sente sempre più  spesso invocare quella soluzione risibile e suicida, in particolare per la psicologia del populismo  leaderista, delle “primarie”. Un mimetismo dei modelli altrui che non tiene conto della psicologia  profonda dell’elettorato populista che invoca un leader e non dialettiche partitiche.

L’equivoco del dopo-Muro Il secondo equivoco in cui incorse il populismo italiano, più o meno tutto, fu quello di credere che  con la Caduta del Muro e con l’implosione del comunismo europeo si fosse entrati in un’era di  normalizzazione e di pura dialettica politica.  Ignorandole del tutto o sottovalutando comunque pericolosamente le minoranze fanatiche e  militarizzate che solo Berlusconi, irriso da tutti, continuava ad additare parlando, vox clamans in  deserto, di uno strapotere comunista che nessuno riusciva a vedere, per colpa propria e non perché il  cavaliere d’Arcore avesse torto, i politici di centrodestra non solo hanno considerato i quadri nemici (perché essi si considerano precisamente come tali) come avversari leali che, di fatto, li hanno  pugnalati o stritolati, ma hanno regolarmente scambiato i luoghi preposti al dibattito politico come  quelli decisivi e hanno accettato il formalismo della dialettica democratica scambiandolo con la  sostanza.

Invece la sostanza del potere è in gran parte esterno alle sue forme, è fondata da gruppi organizzati, da cosche e clientele, ma soprattutto da pool che possono esercitare o paralizzare il potere reale  (magistrati, funzionari pubblici).  Con eccezione forse di CL, a nessuno è venuto in mente che non sono mai le forme ad avere  ragione delle sostanze; se non si sostanziano centri di potere e se non si scalfiscono quelli opposti,  non serve a nulla governare, perché di fatto non si governa in quanto le decisioni prese vengono  annullate o non applicate.

L’equivoco del buon governo Il terzo equivoco, che poi è un’appendice del secondo, è proprio il mito del “buon governo”.  Un mito che si fonda su tutta una serie di fraintendimenti. Innanzitutto perché non tiene conto della pressoché impossibilità di governare oggi altrimenti da  come si amministra un condominio, cosa, anche questa, possibile solo se si accontentano da un lato  i poteri forti e dall’altra le strutture di occupazione territoriale e di accaparramento dei finanziamenti  pubblici che sono quasi esclusivamente cattocomuniste.  Poi, e qui torniamo alla solita deformazione soggettiva propria ad una ristretta cerchia ambientale,  perché i dirigenti di centrodestra, sempre convinti di avere governato benissimo, non hanno mai  capito che nella società in cui anche la politica è spettacolo non conta come si abbia amministrato  bensì la percezione che si offre dell’amministrazione.  Qui avrebbero dovuto andare tutti a scuola dalla sinistra ma la presunzione dilettantistica e la  pigrizia mentale hanno sempre prevalso.

Paradigmatica in tal senso è stata la totale mancanza di una campagna propagandistica organizzata  sui grandi successi centrati all’Aquila nel 2009 dal governo Berlusconi e da Bertolaso.  Fossero stati colti da un qualsiasi governo di sinistra si sarebbe martellato quotidianamente invece  di attendere, per rispondervi così in condizioni d’inferiorità psicologica, la campagna diffamatoria  avversa (avendo avuto una prolungata esperienza all’Aquila allora e avendo frequentato in loco  gente di ogni sensibilità, posso attestare che l’opinione pubblica era al momento entusiasta e al  contempo contrariata dal silenzio della stampa). Di più: se ne parlerebbe anche ora ogni giorno e le  imprese si leggerebbero già nei libri di testo dei licei.

In sintesi: benché il populismo si fondi in linea teorica sul rapporto diretto tra politici e popolo, chi  lo esprimeva istituzionalmente non ha mai avuto un’idea precisa di cosa quest’ultimo pensasse, di  quel che sentisse né si è mai preoccupato d’informarlo e men che meno di coagire.  Le non corrispondenze tra sistema politico e potere reale A queste carenze e distorsioni di fondo, non essendo state corrette le quali si è finito con il costruire  sulle sabbie mobili, anche e soprattutto per mancanza di un progetto, di un’idea-forza, di uno scopo,  di una volontà di potenza e di un elemento fondante e differenziatore, vanno aggiunte le non  corrispondenze tra il sistema politico e il potere politico.  Non corrispondenze che hanno provocato crisi di sovranità e di autonomia politica in tutto  l’Occidente e che sono particolarmente ostative alle soluzioni populiste.  Il sistema della democrazia delegata nel quadro della sovranità nazionale e fondato sulla cultura  sociale è in crisi di corrispondenza (o per dire meglio: non ha alcun potere per confrontarvisi):  – nei riguardi dei centri di potere privati e sovranazionali;  – nei confronti della cultura speculatrice, usuraia e di sfruttamento intensivo imperniato su banche e multinazionali;  – di fronte alla concorrenza di mercato del Terzo Mondo che ignora lo stato sociale;  L’azione combinata di questi tre fattori sovranazionali ha costretto le classi politiche alla ritirata:  sono amministratrici di condomino, si limitano, giocoforza, a stabilire in che modo rateizzare le  fatture di riscaldamento, di gas, di ascensore, d’immondizia e a definire come dividere gli introiti  delle antenne della telefonia mobile.

A prescindere dalle motivazioni ideologiche e dalla pulizia morale della classe politica, in un quadro di sovranità oggettivamente sempre più limitata, essa non può far altro che mediare. Ma per poter  mediare deve avere delle forze socioeconomiche, oltre che culturali, da promuovere, da difendere e  da contrapporre, sia pur avvedutamente, alle mire sovranazionali.  Altrimenti o si limita ad eseguire quello che le viene imposto dall’alto oppure fa appello, né più né  meno delle estreme, a dei puri concetti astratti, non applicati né applicabili.  Insomma il tutto si traduce in slogan e in battaglie mediatiche ma, all’atto pratico, non si riesce ad andare al di là del braccio di ferro legislativo sull’Imu o di battaglie verbose e generalmente  approssimative sull’Euro, sulla Ue, sulla trasparenza, sul ringiovanimento e sulla questione morale.

La destra radicale  Prima di avanzare alcune proposte dobbiamo parlare della destra radicale che, per cultura propria e  per abitudine antropologica, dovrebbe essere teoricamente più attrezzata per confrontarsi con una  dittatura, quale quella che si è costituita ultimamente, che essa denuncia da tempo immemore.  Si tratta purtroppo di una potenzialità molto relativa perché nel ventennio di eccezionalità populista non è che tale destra, da me più volte definita terminale, abbia brillato molto.  L’antagonismo che ha espresso è stato più ideologico e teorico che concreto e si è manifestato  maggiormente nei confronti della destra populista – per un vero e proprio terrore di perdita  d’identificazione – che non dell’intero insieme, relegandosi così a vivacchiare in un orizzonte  ristretto e modesto.  Poca concretizzazione, poche azioni, poche solidificazioni, ma tante parole di fuoco.  Più spesso la destra radicale è stata contrassegnata da un puro e semplice spirito refrattario rispetto  alla realtà e da espressioni di psicologia sociale da sottocultura urbana.  Raramente essa è stata padrona di sé, altalenando una forma di astratto e patetico salafitismo de  noantri con gli ammiccamenti al politicamente corretto.  Né più né meno dei cugini istituzionali, i destro radicali hanno regolarmente dimostrato dipendenza  psicologica dalla cultura dominante e dalla propaganda progressista, alternando le scontate  esternazioni ottusamente trinariciute a cedimenti morali, culturali e ideologici imbarazzanti.  E’ vero che, pur se tenute in frigorifero, la produzione analitica, la proposizione politica,  l’identificazione del nemico e la decifrazione del sistema proprie alla DR tuttora rappresentano un  capitale dal quale nessuno può prescindere.

Ciò detto, nel suo insieme la destra radicale ha mostrato non meno inadeguatezza politica e  psicologica di quella istituzionale ed ha le sue responsabilità nel fallimento globale.  Di sicuro ha espresso qualche individualità di spicco e non poca vivacità ad opera di alcune  minoranze.  Che, peraltro, sono anche state espressioni di destre istituzionali o ad esse contigue (penso ad  esempio a Casaggì e al Foro; ma anche le migliori espressioni di Casa Pound o delle realtà del nord  sono state centrate più spesso in clima di cooperazione che d’isolamento. Persino il Blocco  Studentesco ha vissuto i momenti più alti, tra piazza Navona e piazza Esedra, quando c’è stata  convergenza a destra e anche, trasversale, a sinistra).  Per tracciare un bilancio la destra radicale, quando è riuscita ad esprimersi, è stata in bilico tra  l’avanguardia e la tribu urbana, centrando comunque qua e là delle innovazioni di linguaggio, di  costume, d’estetica, d’arte.  Ma quel poco di rilevante che ha politicamente espresso lo ha fatto quando non ha ragionato come  partito, come ghetto o come organizzazione autoreferenziale bensì nella dinamica movimentista.  E’ da queste considerazioni e dalla sua ricchezza stipata in frigorifero che deve ripartire.  Se intende invece incorrere nelle astrazioni puerili e mitomaniacali d’immaginarsi come l’unico e  provvidenziale soggetto antagonista o di fraintendere la delusione astensionista con un potenziale  rivoluzionario che potrà guidare un giorno, l’unica possibilità di non sparire che le resta è quella di  essere tenuta in vita dall’accanita e gratuita repressione mossa dall’odio e dal calcolo della  minoranza sediziosa oggi al potere.

In sintesi: sono state offerte a tutti per un ventennio delle opportunità irripetibili ma nessuno è stato  all’altezza del compito e del momento.  Si tratta ora di compire un’autentica rivoluzione culturale, soprattutto nella mentalità e nel metodo, nella speranza di sopravvivere agli anni che verranno e di non seppellire tutto nel funerale della  presunzione e del pressapochismo.

3. Con quale governo e con quale regime abbiamo  ora a che fare – In preda agli equivoci, ignara o non realmente conscia della portata delle non corrispondenze tra  potere politico e potere reale, ubriacata dal facile successo ottenuto e paralizzata dai  condizionamenti dell’opportunismo e del tatticismo quotidiano, la classe dirigente del populismo  italiano a stento si è resa conto di quanto e come le decisioni esterne, non solo americane, potessero sconvolgere ogni piano; dal dettarci un’economia di guerra nel 2001 fino all’imporci un golpe nel  novembre 2011.

L’errore maggiormente ricorrente quando si osserva il cambiamento radicale in atto negli ultimi  mesi è quello di fornirgli spiegazioni di politica interna, accusando magari gli eccessi populisti,  sovranisti e “demagogici”, che furono l’espressione di superficie dell’eccezionalità italiana e che  semmai andrebbero sostanziati e difesi, mentre invece solitamente si sostiene che, se rimossi, “si  tornerebbe al governo”.  A prescindere dal fatto che spera probabilmente di vincere un giorno la gara che ha per posta chi  farà l’anchorman dei banchieri, il fatto stesso che ci sia chi ragiona così lascia perplessi.  Come si fa a non capire cosa sia successo dal novembre 2011, come quanto accaduto sia connesso  all’offensiva delle “primavere arabe” e all‘aggressione arancione/arcobaleno dei Soros boys & girls,  che cosa stia producendo, dove punti e su chi faccia saldamente affidamento?  Come si può non capire come e fino a qual punto si sia entrati in un sistema di leggi speciali, in  un’era di colpo di Stato permanente che punta a smantellare lo stato sociale, la cultura classica, ogni  tradizione consolidata e qualsiasi fondamento di civiltà, di società, d’indipendenza e di libertà?  Se non si coglie questo dato elementare non si può fare politica in nessun schieramento; neppure in  quello che tale colpo di Stato permanente e che questa sovversione dall’alto intende portare a  termine.

  Il governo del colpo di Stato permanente Se diamo un’occhiata a chi e a come gestisce il potere, malgrado goda a stento del 30% del suffragio  popolare, almeno un terzo del quale esclusivamente di origine clientelare, ci accorgiamo che è  stato affidato a tre categorie di persone.  – In primis ai professionisti dell’amministrazione, ovvero ai democristiani (Letta e Alfano sono  entrambi democristiani storici, ma il governo annovera altri amministratori Dc quali i ministri  Franceschini, Del Rio, D’Alia)  – In quanto alla linea politica ed economica, che corrisponda ai voleri e agli interessi dei tre grandi  fattori sovranazionali (centri di potere privati, usurocrazia, non ostacolo alla concorrenza del Terzo Mondo) è assicurato innanzitutto dal Quirinale, quindi dall’acquiescienza Bilderberg del premier  Letta, inoltre dalla gestione del ministero dell’economia di Saccomanni, delle riforme costituzionali  di Quagliarello, dello sviluppo economico, di Zanonato, e degli esteri della Bonino.  –

C’è poi un terzo elemento, che si tende a non rilevare, che è quello della rivoluzione dall’alto nel segno del colpo di Stato permanente e che mira a disarticolare società e nazione.  Quasi esclusivamente in rosa, questa cellula sovversiva liberal/trozkista (dove “liberal” sta  nell’accezione angloamericana di progressismo radicale) s’identifica nella presidentessa della  Camera, Laura Boldrini, supportata dalle massime istituzioni e affiancata dalle ministre  dell’integrazione Cécile Kyenge e da quella dimissionaria per le pari opportunità Josefa Idem,  (entrambe invero più di facciata che di sostanza) e ancora da Emma Bonino e verosimilmente dai  ministri della coesione territoriale, Carlo Trigilia, e delle riforme costituzionali Quagliarello.  In cosa si traduce l’azione combinata della soddisfazione degli interessi sovranazionali e del  fanatismo liberal/trozkista? Nell’applicazione rigida degli “accordi di Basilea”, nella svendita degli asset strategici italiani e  nelle privatizzazioni selvagge ad asta pilotata.  Tutto ciò sta scientemente e volutamente mettendo in ginocchio l’economia e il futuro della nostra  nazione.

A questo si aggiunge la “rivoluzione culturale” dall’alto che corrisponde esattamente a  quello che il docente di geopolitica francese Ayméric Chauprade ha recentemente denunciato alla  Duma russa.  Ne riportiamo un estratto essenziale.  “Ma la guerra geopolitica che l’oligarchia occidentale conduce contro la Russia e contro  l’indipendenza degli europei, si accompagna ad una guerra ideologica. Ieri, le rivoluzioni “colorate”  in Georgia e in Ucraina, oggi Femen, il “Pussy Riot”, o il matrimonio gay in Francia, sono  espressioni di un unico fenomeno: l’alleanza tra il globalismo occidentale e il nichilismo anarchico,  questa ideologia distruttiva, che, sotto varie forme nella storia, ha costantemente attaccato le basi  della civiltà, la dignità della persona, la famiglia, la nazione sovrana.

Benché ultra-minoritario, questo anarchismo nichilista controlla gran parte dei media occidentali,  terrorizza la classe dirigente europea, e riceve il sostegno dei finanzieri e degli affaristi mondialisti  filoamericani.  Di fronte a questa nuova forma di terrorismo, per difendere il mondo multipolare che vogliamo,  unica garanzia di una pace giusta e globale, è giunto il momento di constatare che un nuovo  bipolarismo ideologico si sovrappone al multipolarismo geopolitico.  Il nuovo bipolarismo mette di fronte, in un confronto che si amplificherà, da un un lato questo  totalitarismo globale, che ha distrutto la famiglia e la nazione, riducendo la persona ad un  consumatore schiavo di pulsioni mercantili e sessuali e dall’altro i popoli traditi dalle loro élites, assopiti davanti alla perdita di sovranità e all’immigrazione di massa, ma che di fronte all’attacco  contro la famiglia iniziano a risvegliarsi.

Ma attenzione! Contrastato sul terreno geopolitico, grazie al multipolarismo, il progetto globalista  sta cercando di rilanciare mediante l’affermazione di una nuova ideologia rivoluzionaria.  In questo nuovo combattimento, signore e signori, quelli che non vogliono lo scudo anti-missile  degli Stati Uniti, il predominio della NATO, la guerra contro la Siria e l’Iran sono nello stesso  campo di quelli che rifiutano la perdita di sovranità, la massiccia sostituzione di popolazione, le  FEMEN, la teoria del genere, il matrimonio gay, e le altre mercificazioni del corpo umano.”

  Il nichilismo liberal/trozkista – Qui dobbiamo capire bene cosa accade realmente.  Come giustamente rileva Chauprade questo nichilismo è ultra-minoritario all’interno stesso di  governi che a loro volta godono di sostegni popolari minoritari.  Chi lo rappresenta si comporta come nel 1917-20 si comportarono i bolscevichi e soprattutto i  menscevichi durante la rivoluzione russa, grazie ad ingenti sostegni finanziari e diplomatici  internazionali.  Questo nichilismo in azione è liberal/trozkista, ovvero è erede diretto della concezione oligarchica  della rivoluzione permanente che fu propria di Trotsky e di Wall Street e che, dopo che questi venne  sconfitto ed eliminato da Stalin, si sviluppò nel dopoguerra tramite strutture Onu e l’Internazionale  socialista e conquistò culturalmente New York e l’élite americana che oggi, particolarmente nella  destra, è guidata da trozkisti storici.  La sua azione di sconvolgimento permanente si sviluppa con metodi orwelliani e si manifesta con le  tecniche recentemente illustrate dal sociologo svizzero Eric Werner e dal russo Alexandre  Zinoviev.  Essa si fonda sulla promozione del sentimento di terrore, di discordia, d’insicurezza, di guerra civile  e d’inquisizione e, nel promuovere questo clima e le leggi speciali consequenziali finalizzate a  costruire il paradiso artificiale dell’uomo nuovo, utilizza la mistificazione e le tecniche di agitazione  propagandistica ereditata dal leninismo. Ha bisogno sempre di un cattivo, di un colpevole, di un capro espiatorio, di un essere inferiore da  imbavagliare e da eliminare, e quanto più uno è normale, ovvero più difficile da rendere “uomo  nuovo” nel paradiso terrestre, tanto più esso è meritevole di essere additato al disprezzo pubblico.

La forza della mistificazione La mistificazione con cui opera il partito del colpo di Stato permanente è palese per quanto riguarda la questione dei matrimoni gay, voluti per smantellare i residuali istituti sociali e per imporre  l’individualismo atomizzato e disorganizzatore: se ci si oppone con argomenti sensati e rispettosi si  viene additati in modo del tutto falso e pretestuoso come omofobi e come avversari della dignità e  dei diritti sociali e fiscali degli omosessuali, il che non è assolutamente vero.  Il colmo lo si raggiunge però nella propaganda a favore dello Ius Soli che viene promosso per  imporre dei cambiamenti di codice di nazionalità del tutto pretestuosi perché si omette di dire che  questi “cambiamenti” sono presupposti introdurre dei diritti già tutti in vigore nel nostro codice  attuale, mentre si celano invece i cambiamenti reali che si vogliono apporre, che oltre ad annullare  del tutto la facoltà di scelta degli immigrati, condannandoli razzisticamente ad accettare la  superiorità della nostra nazionalità su quella dei loro genitori, verte solo ed esclusivamente a  produrre quella sostituzione demografica di massa cui fa riferimento Chauprade e di cui però  nessuno parla.

Un clima di allarme e discordia La minoranza sovvertitrice dall’alto non fa che produrre un clima di allarme e di discordia.  Così come lo sono le accuse salottiere e del tutto inventate che essa muove agli italiani di razzismo,  l’enfatizzazione fanatica che opera del testimonial Balotelli con la criminalizzazione e il pubblico  ludibrio per tutti coloro che lo fischiano, nonché i reiterati allarmi ideologici che lancia, allarmi  sessisti, antifascisti, preludio a una rivoluzione lessicale e legislativa che si estende fino alla  teorizzazione di crimini come il “femminicidio” la cui definizione speciosa non ha altri scopi se non  quello di acuire le divisioni sociali e la disarticolazione del comune sentire.  Peraltro la sua azione “rivoluzionaria” si svolge con intimidazioni (la polizia postale costantemente  allertata dalla Boldrini, una serie di avvertimenti minacciosi da parte di parlamentari e anchormen) e provocazioni di ogni genere. Come l’uscita delle Kyenge sulla precedenza dei rom sugli italiani al  diritto per la casa o quella del neo-sindaco romano Marino che pretende che i negozianti assumano  gli abusivi che fanno loro concorrenza.  Questo clima si accompagna con il riarmo di gruppi d’azione antifa o antitav che minacciano, che  aggrediscono in varie città usando tecniche identiche e ripetitive che tradiscono addestramento e  coordinamento e che sono giunti fino a sparare con un mortaio su di un cantiere.  Per non parlare di Brescia dove un questore ha permesso ai militanti della sinistra più esagitata di  aggredire i manifestanti di un partito di governo mentre sul palco del comizio si trovava addirittura  il ministro dell’interno.

Non si può non andare col pensiero e con il ricordo alla Spagna repubblicana del ’35-36 quando,  prima della guerra civile, le minoranze rivoluzionarie del governo di coalizione aizzavano e  coprivano gruppi d’azione che seminavano il terrore.  Leggi d’emergenza Terrore, odio, senso di colpa, discordia, punizione.  Da quando è in carica questo governo è stata scatenata una serie ininterrotta di pressioni da parte  della polizia postale contro la libera espressione e si è andati persino oltre.  Non ci riferiamo soltanto ai processi politici a Berlusconi che sono comunque allarmanti. Per il  Rubygate, un processo senza parte lesa, senza testi d’accusa e con tutti i testi che hanno di fatto scaricato l’imputato (e sono stati incriminati per falsa testimonianza!) il tribunale, andando oltre la  richiesta della pubblica accusa, ha pronunciato una condanna a sette anni, esattamente quella che gli  aveva già comminato anni fa al cinema Nanni Moretti ne Il caimano.  Sembra il sigillo teatrale ad un testamento politico affidato dal vecchio Pci nelle mani della  giustizia  Ci sono i processi ai reati d’opinione, come quello inquisitorio a Stormfront che ha peraltro fornito il pretesto per la scrittura di una rigorosissima legge sul pensiero e sulla storia che va ben al di là  dell’argomento invocato a pretesto; ma dobbiamo anche registrare che abbiamo avuto la primizia di  una condanna a sei mesi per “responsabilità oggettiva” del gestore di una pagina fecebook, reo di  non aver cancellato un commento non suo e che neppure aveva letto che risultava sgradito alla sua  controparte economica.

Un precedente inquietante che rende chiunque potenzialmente colpevole di reati che magari non  commetterà mai ma che pagherà ugualmente se lo stabilirà un soviet. Basterà che qualsiasi  provocatore pubblichi quel che vuole sulla sua pagina e che lo salvi in foto. Se anche il suo  bersaglio cancellerà immediatamente il commento resterà traccia della sua “responsabilità  oggettiva”: basta un secondo.  Paradigmatica poi è la richiesta di chiusura della Skinhouse di Milano, un locale privato, reo di aver organizzato niente popò di meno che un concerto musicale.  Di fronte alla relazione del ministro dell’interno che spiegava come l’associazione che gestisce la  Skinhouse non abbia mai creato problemi a nessuno e sia impegnata sul fronte animalista, la  deputata che a Montecitorio ne aveva chiesto la chiusura ha argomentato con il fatto che questa  gente non ha a monte alcun diritto di esistere o di esprimersi.  Siamo insomma in presenza di un regime che punta a disarticolare e impoverire l’Italia, a consegnarla alla standardizzazione internazionalista, a promuovere ogni genere di astio e di  conflitto, sociale, ideologico, etnico, sessuale, e a imporre una dittatura che dietro una fredda  maschera sorridente e al coperto di un astratto buonismo filantropo, costantemente contraddetto  dalla realtà antropofoba delle scelte effettuate, sarà intollerante e non lascerà più margini di libertà.  Marcerà, fanatico, iniquo, sleale e feroce, alla demolizione del bene comune per la costruzione  artificiale del paradiso terrestre e dell’uomo nuovo, atomizzato e privato d’identità, di appartenenza,  di continuità, di orientamento, di riferimenti e di prospettive.

4. Sotto regime per un’efficace controffensiva A nulla dunque servirebbe interrogarsi sul passato o adoperarsi per il futuro se non si tiene conto di  chi ha approfittato de i varchi aperti dalla crisi “di non corrispondenza” a cui il centrodestra  populista non ha trovato alcuna soluzione. E men che meno se non si parte dalla considerazione  oggettiva che oggi una minoranza sediziosa detiene i poteri assoluti, semina odi e discordie,  sconvolge società, cultura e nazione, impone leggi speciali e si fa regime.  Se qualcuno vuole insistere nel leggere il confronto politico come normale ed equo, se si attende  lealtà dalla controparte e se continua a confondere il potere formale con quello reale, questo  qualcuno politicamente è insulso e la sua iniziativa, qualunque essa sia, sarà irrilevante.

Si deve partire dalla considerazione elementare che siamo in dittatura da parte di una minoranza e  che la maggioranza è disarticolata e destrutturata. Che la risposta politica non può neppur essere immaginata se non si tiene conto che essa deve fare i  conti con una dittatura più che orwelliana.  Che si deve, quindi, iniziare a costituire un alternativo, autonomo, articolato, plurale, sistema di  libertà.

Ripartire schmittianamente  Se non si tengono finalmente nel dovuto conto quelle non corrispondenze sottovalutate finora; se  non si dà la necessaria importanza alla volontà della minoranza sediziosa che ha approfittato della  situazione venutasi a creare; se si continuano ad alimentare equivoci; si potrà pensare di riprendersi solo in un modo superficiale, offrendosi, istituzionalmente, come dei lacché di seconda scelta nella  speranza di un futuro cambio dei camerieri o, da irriducibili, quali icone da marciapiede.  Solo chi sia disposto a prendere atto della situazione, dell’impreparazione e della faciloneria che lo hanno messo fuori gioco e della necessità di fare un salto di qualità, può cambiare realmente  qualcosa.  Partendo da idee infine chiare, sul potere, sulla sociologia, sullo scarto esistente tra sistema  apparente e potere reale ma, soprattutto, operando a fondo l’identificazione e la definizione  schmittiana del nemico.  Esattamente quello che non è mai stato fatto, perché se il populismo istituzionale si è illuso di non averne, la destra radicale a furia di indicare come nemici più o meno tutti, è come se non ne avesse  indicato nessuno.  Ergo, schmittianamente parlando, né la destra istituzionale né quella estrema hanno fatto realmente  politica.

Partendo dall’identificazione e dalla definizione del nemico che non si è confuso, lui, né ha  esitato ad annunciare il colore, lui, non appena ne ha avuto l’occasione, si può invece rinascere per  contrapposizione.  Traendo innanzitutto le conseguenze elementari. E cioè:

  1. Se si è consapevoli che la minoranza sediziosa che ha usufruito del colpo di Stato permanente si  comporta in maniera dittatoriale e non fa prigionieri, la prima considerazione da farsi è che si è in  lotta impari e vitale per la sopravvivenza e per la libertà.
  2.  Ne consegue che tutti coloro che sono attaccati dalla minoranza sediziosa (culture politiche, fasce sociali) sono potenziali alleati, magari saltuari od occasionali, e che è necessario operare per giocare  con tutti di sponda, di domino e di carambola.
  3.  In conclusione, trattandosi di uno scontro di libertà e non di una competizione regolare, bisogna  iniziare a ragionare a sistema perché solo un sistema di forze, plurale, può avere la meglio su di una  dittatura, purché in esso agiscano una o più minoranze che siano a loro volta strategiche.  Una scuola quadri aperta

Ed eccoci quindi alla necessità primaria da assolvere: la costituzione di una scuola quadri aperta e in  condizioni di agire e d’interagire contemporaneamente in quattro direzioni, ma sempre  selettivamente in ciascuna di essa, da cui del resto dovrebbero emergere gli animatori  a) nella destra populista in ricostruzione  b) nella destra radicale  c) tra le fasce sociali più interessate (pmi, basi sindacali distaccate dai vertici, artigiani ecc)  d) nel populismo di sinistra che non si riconosce nel verbo liberal/trozkista e non è inserita nel  clientelismo cattodemocratico.

Certo, si tratta di assumere una linea di fondo che verta sui concetti di sovranità e di autonomia e  che faccia proprie le leggi geopolitiche d’indipendenza della nostra Penisola, tutte cose finora  ignorate o enunciate alla rinfusa, spesso insieme al loro esatto contrario.  Ma ancor prima si tratta di realizzare tre cose:

  1. Produrre una classe politica che abbia una mentalità strategica.
  2.  Prepararla non solo sul piano della teoria ma soprattutto su quello della pratica (mettendola ad  esempio in condizioni di organizzare economicamente le fasce sociali in conflitto con la dittatura)
  3.  Ragionare in termini organici, aperti, plurali e diveniristici.  In ogni caso non è più nello sloganismo o nell’enunciazione di principi o valori che si può  competere seriamente, ma soltanto mediante la liberazione e solidificazione degli spazi.  Se la leggiamo secondo un’altra ottica, ci troviamo di fronte al conflitto kantiano tra eteronomia (ovvero legge dettata da altri) e autonomia.

La minoranza sediziosa che sta edificando il suo infernale paradiso terrestre, distruggendo ogni  vestigia della storia, della società e della civiltà, è assertrice della più totale eterononomia; di cui  peraltro alcune regole imperanti (per esempio gli accordi di Basilea) altro non sono se non delle  imposizioni assolute.  Contrapporre la collaborazione organica tra i ceti produttivi, sia mobilitandoli verso soluzioni  legislative nuove e verso la partecipazione, come sta facendo il Cesi del professor Rasi, sia offrendo ad esse soluzioni economiche alternative efficaci, come fa il Centro Studi Polaris, è  importantissimo.  Ma un vero soggetto politico deve riuscire a collegare le fasce di resistenza produttiva fino a  permettere loro di ottenere il credito, aggirando (pur mantenendo intaccate le forme) i diktat di  Basilea.  Deve farlo perché altrimenti il suo impegno non avrebbe direzione né senso, ma soprattutto perché  se riesce a consolidare un potere autonomo e a rappresentarlo, alla classe politica si offrirà la  possibilità di mediare non più come oggi tra i poteri forti e il nulla, ma tra i poteri forti e i poteri  organici del tessuto sociale. Questo ci porterebbe, quantomeno, a contare quasi come la Germania  che in tal senso ha tanto da insegnare a tutti.

La definizione e l’identificazione schmittiana del nemico si deve accompagnare giocoforza con la  meticolosa costruzione organica della società affinché essa assuma autonomamente potere, creando  autorevolezza e ricchezza.  E’ questo il vero e proprio conflitto possibile, che assorbirà i conflitti sociali pregressi e i residui di lotta di classe, già superati dalla retrocessione sociale dei ceti medi e dal comune destino di  nientificazione che coinvolge quasi tutte le categorie sociali.  L’alternativa alla costruzione organica della socialità e alla creazione di potere popolare autonomo e sinergico è la devastazione sociale che comporta, a monte, l’arricchimento di pochi parassiti e a  valle la regressione economica dei ceti produttori e prestatori d’opera, condannati ad una guerra tra  poveri (con le masse immigrate, la delocalizzazione e la concorrenza terzomondista), peraltro  impari perché sleale e penalizzata da quelle stesse istituzioni che dovrebbero sostenere i cittadini.

Muovere la controffensiva  Andremmo oltre con una proposta politica precisa.  La quale, per quanto ci riguarda, verte sulla necessità di andare in questa direzione, operando nei  quattro settori precedentemente elencati (destra populista, destra radicale, fasce sociali attive,  populismo di sinistra non rappresentato). In un’ottica diveniristica, puntando quindi soprattutto ,  come scelta della punta di diamante, alla terza categoria elencata che a nostro avviso dovrebbe finire con l’esprimere sia il grosso della base sia le figure di spicco del futuro.  Lo intenderemmo come opzione peronista o, quantomeno per cominciare, come opzione  poujadista.  Così, dal nome del suo ispiratore e capo, Pierre Poujade, si chiamava il movimento di rivolta  antifiscale e antisupermarket che s’impose sessant’anni fa in Francia con un dirompente effetto alla  Grillo. Non era politicamente così chiaro e articolato come il peronismo, visto che alla lunga il suo  leader passò al socialismo mitterrandiano mentre il suo più giovane deputato si chiamava JeanMarie Le Pen.  Un parallelismo storico è possibile e un’ispirazione è auspicabile.  Tuttavia questa è una scelta che può non essere condivisa, visto che parliamo in ogni caso della  costruzione di un sistema plurale di forze che si batta per la libertà e che sfidi il nuovo regime su  tutti i tavoli e che, in quanto plurale, sarà animato anche da diversi orientamenti.  Noi muoveremo comunque per quello, ma al momento ci atteniamo a quanto proposto finora.

Riteniamo che si debba:  1. Portare l’autocritica fino ad un’autentica rivoluzione culturale che immetta il metodo e il realismo  nelle analisi e nelle proposte politiche e che faccia approdare i tattici-opportunisti al lido  sconosciuto della strategia.  2. Delineare e definire il nemico e l’amico.  3. Tracciare le linee di fondo dell’alternativa autonoma e sociale.  A questo punto è lecito che ogni soggetto politico, vero o presunto che sia, pensi di operare nella  direzione che meglio crede e che cerchi di portare a casa, opportunisticamente, tatticamente o  mediaticamente, i risultati che ritiene possibili e opportuni.  In una logica di vasi comunicanti d’interazione, di osmosi, di reciproco arricchimento, sarà  frattanto possibile andare verso una progressiva omologazione comune e verso l’acquisizione dei  fondamentali strategici ed operativi nonché muovere i primi passi per la coniugazione di un’ideaforza che si opponga – e teoricamente e nella prassi – all’utopia dominante e devastante.  Non credo che esista alcun soggetto politico in grado da solo di diventare strategicamente decisivo o  di rappresentare in futuro un’alternativa vincente; penso piuttosto che in questo magma possa  progressivamente formarsi qualche cosa di efficace e di dirompente solo e soltanto grazie all’interazione, all’intercambio e all’acquisizione del metodo e di una mentalità strategica.  Ritengo sia il caso, da parte di chiunque ne abbia l’intenzione, di operare con tal intendimento a 360 gradi e con scambi d’informazione e di formazione.

http://informare.over-blog.it/article-prepararsi-a-combattere-119521677.htm

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